612050.D – La partecipazione politica in Italia, Quaderni di sociologia
La partecipazione politica in Italia (1992-2012)
Antonio de Lillo (1941-2012)
Ricordo di Antonio
Alessandro Cavalli
p. 3-6
Note dell’autore | Testo | Citazione | Autore
Note dell’autore
Intervento in occasione della giornata di studi per ricordare Antonio de Lillo all’Università di Milano-Bicocca, 25 giugno 2012.
Testo integrale
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1La storia di Antonio de Lillo, come sociologo, corre parallela alla storia di una generazione che è arrivata per propria scelta e convinzione alla sociologia provenendo da percorsi di studio eterogenei: alcuni vi sono arrivati dalla filosofia, altri dal diritto, altri ancora dall’economia e dalla statistica, altri ancora dalla storia e in particolare dalla storia economica. Antonio si era iscritto alla Bocconi, Facoltà di Economia e Commercio. Chi allora studiava alla Bocconi, e nutriva un qualche interesse politico-intellettuale, viveva spesso lo studio con un vago sentimento di noia e con una certa insofferenza. Insofferenza per il piatto empiricismo delle materie aziendali, insofferenza per l’astrattezza della «logica economica». Non si trovavano molti spazi per soddisfare la propria curiosità intellettuale e la propria domanda di disporre di strumenti per capire il mondo. Ricordo, che ventata di «modernità» aveva rappresentato il corso di Politica Economica tenuto da Di Fenicio. Prima o poi, si finiva per ritrovarsi per prender parte, del tutto volontaristicamente, ai seminari di sociologia e metodologia della ricerca organizzati da Francesco Brambilla (mentore della statistica bocconiana) e da Angelo Pagani, che si era da poco laureato in statistica con Brambilla e aveva subito dopo ottenuto la libera docenza in Sociologia, una disciplina che non aveva ancora ottenuto un pieno riconoscimento accademico.
2Ho incontrato per la prima volta Antonio quando, tornato dopo due anni di «addestramento americano», ho ripreso a frequentare la Bocconi per aiutare, in modo ovviamente del tutto volontario, Angelo Pagani, che nel frattempo aveva ottenuto il primo incarico per un insegnamento di Sociologia nella storia della Bocconi. De Lillo era uno dei tre giovani selezionati per essere affidati a Vittorio Capecchi (un altro sociologo/statistico che si era laureato in statistica con Brambilla e Pagani), con una borsa di studio del Cospos, un organismo messo in piedi dalla Ford Foundation per irrobustire le nascenti scienze sociali e politiche nel nostro paese. L’esperienza con Vittorio Capecchi è certamente stata decisiva nella formazione scientifica di Antonio de Lillo. Vittorio, chi lo conosce può bene immaginarselo, non insegnava solo a fare ricerca, ad usare i metodi quantitativi in modo appropriato, era anche animato da un’intensa passione civile e politica, anche se sapeva fare interagire i due piani, mantendone però la distinzione. Due tratti che non si ha difficoltà a riconoscere anche nelle figura di Antonio e della sua operosità scientifica.
3Ero allora appena sbarcato all’Università di Pavia (dove nel frattempo Pagani era stato chiamato ad insegnare Sociologia nella neo-nata Facoltà di Economia e Commercio) ed avevo incominciato a collaborare ad una ricerca diretta dalla psicologa Ornella Andreani sul rapporto tra classe sociale, intelligenza e personalità, ricerca organizzata dallo Iard e finanziata, se ben ricordo, dalla Fondazione olandese van Leer. Avevamo raccolto una gran mole di dati ed era sorta l’esigenza di elaborarli statisticamente in modo più raffinato di quanto non fossero allora in grado i collaboratori dell’Andreani e anche io stesso. Arrivò allora nell’équipe Antonio de Lillo e da allora, siamo nel 1968-69, il suo nome resterà strettamente legato fino all’altro ieri a quello dello Iard. Se ci sarà in futuro qualcuno che vorrà scrivere la storia dello Iard (e ne varrebbe forse la pena visto il ruolo che questo istituto ha svolto per almeno quaranta anni nello sviluppo della ricerca educativa e sociale in Italia), dovrà necessariamente fare anche la storia di Antonio de Lillo che ne è stato coordinatore scientifico e poi Presidente. Le ricerche condotte in ambito Iard, in particolare quelle sui giovani e la scuola, consentivano di abbinare da un lato rigore scientifico/metodologico e dall’altro rilevanza sociale. Una combinazione che, come ho già accennato, è la chiave per capire la personalità intellettuale di Antonio de Lillo.
4Ma la ricerca è solo una dimensione, ancorché importantissima, della personalità di Antonio. L’altra dimensione è quella più strettamente accademica, legata all’attività didattica e alle responsabilità istituzionali. Ho assistito ad alcuni seminari tenuti da Antonio, non ai grandi corsi di massa, e ho avuto modo di capire il perché del suo «successo» con gli studenti: le doti didattiche di Antonio erano chiarezza, limpidità, attenzione. Egli si sincerava che i suoi uditori avessero effettivamente capito, dote rara in un insegnante universitario che, in genere, non dispone di competenze e sensibilità didattica. Era «chiarissimo», non nel senso ritualisticamente attribuito ai professori universitari, ma perché sapeva usare le categorie e le parole adeguate alle mappe mentali dei suoi ascoltatori.
5L’università per Antonio non era però soltanto un luogo dove andare regolarmente a fare il proprio dovere di docente, limitandosi a quanto prescritto dai regolamenti didattici. Per de Lillo l’università era un’istituzione pubblica del cui buon funzionamento gli accademici avrebbero dovuto sentirsi responsabili. Egli, sicuramente, non ha mai esitato ad assumersi responsabilità. In tutte le istituzioni universitarie in cui ha operato (Trento, Milano statale, Milano Bicocca) ha ricoperto ruoli che molti suoi colleghi avrebbero fatto di tutto per evitare. Le grane, come si dice, Antonio andava a cercarsele, perché qualcuno doveva poi assumersene le responsabilità. Come tutte le persone per bene, Antonio non amava i conflitti e non mi ricordo occasioni in cui fosse stato lui ad accenderli. Ben sapeva, tuttavia, che i conflitti non si possono evitare e, però, quando si verificano, è necessario che ci sia qualcuno che si assuma la responsabilità della mediazione, che ne valorizzi la dinamica evitando che prevalga la loro distruttività. Nei conflitti cercava quindi la mediazione, negoziava, talvolta anche con determinazione, mantenendo fermi i principi sui quali non si poteva transigere. Non è certo un caso che in tutti gli atenei dove ha insegnato, Antonio sia stato scelto dai colleghi per ricoprire le posizioni di maggiore responsabilità. Certo, non sono mancati anche i dissensi, talvolta i dissapori e forse anche perplessità. Inevitabili quando si assumono responsabilità di fronte alle quali tutti gli altri si tirano indietro. Per anni Antonio ha coordinato in forme diverse la gestione degli affari della corporazione sociologica. Lo ha fatto senza supponenza, quasi con riluttanza, sacrificando tempo ed energie e prosciugando le sue grandi riserve di pazienza e di impegno. Impegno per far prevalere il merito: non ho mai visto che Antonio alla fine, ad esempio di un concorso, non facesse di tutto per premiare chi lui giudicava più meritevole.
6E ancora, sei anni fa, quando si trattava di scegliere la Presidenza dell’Associazione Italiana di Sociologia, tutti fummo d’accordo che solo Antonio avrebbe potuto esercitare il ruolo di Presidente con impegno e dignità.
7Ho lasciato per ultimi i meriti più importanti. I meriti scientifici. La produzione di Antonio, tutti lo sanno, è quantitativamente contenuta se si guarda soltanto alle pubblicazioni. Però, i suoi contributi in tema di epistemologia e metodologia della ricerca, nello studio della mobilità sociale, nella ricerca sulla popolazione giovanile e sull’educazione, meriteranno di essere letti anche negli anni a venire da tutti coloro che vorranno studiare seriamente in questi campi. Il tema dell’equità attraversa trasversalmente un po’ tutta la produzione scientifica di Antonio de Lillo, dagli studi sull’ordinamento delle professioni alle ricerche sulle opportunità educative. Il suo egualitarismo non era ideologico e astratto, ma fondato su un profondo senso di giustizia. Ricordo come un giorno mi aveva raccontato la sua tristezza quando, da bambino, alla conclusione dell’obbligo scolastico, aveva visto una parte dei suoi compagni di classe abbandonare la scuola. Il senso dell’ingiustizia e l’aspirazione all’equità di fronte alla dispersione scolastica non erano per Antonio l’esito di una riflessione sociologica, ma un moto dell’animo radicato nelle esperienze infantili.
8E poi, e con questo voglio concludere, tutti coloro che hanno lavorato con lui, i suoi collaboratori, i suoi colleghi, i suoi studenti ricorderanno per sempre la sua squisita gentilezza d’animo. Aveva la rara capacità di mettere il proprio interlocutore sempre a suo agio, anche quando gli interessi risultavano oggettivamente divergenti. Qualche volta l’ho visto anche arrabbiato, mai l’ho visto mancare di rispetto al proprio interlocutore. Se queste virtù, invece che rare, fossero diffuse tra tutti, la vita di tutti sarebbe sicuramente migliore.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica
Alessandro Cavalli, «Ricordo di Antonio», Quaderni di Sociologia, 60 | 2012, 3-6.
Notizia bibliografica digitale
Alessandro Cavalli, «Ricordo di Antonio», Quaderni di Sociologia [Online], 60 | 2012, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 janvier 2021. URL: http://journals.openedition.org/qds/531; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.531
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